03 ott 2012

Peer Steinbrück, SPD, candidato cancelliere per la continuità

 
di Massimo Demontis (Berlino)
Dopo un lungo tira e molla, sotto la pressione dei mass media fattasi via via sempre più forte e sotto quella di deputati e dirigenti, sconvolgendo la road map del segretario del partito Sigmar Gabriel al quale è sfuggito di mano il piacere dell’incoronazione, l’SPD ha scelto il suo candidato a cancelliere: Peer Steinbrück.

La troika dei potenziali candidati, composta dal presidente del partito Sigmar Gabriel, dal capogruppo in Parlamento Frank-Walter Steinmeier e dal deputato professore Peer Steinbrück, favoletta tenuta a lungo in piedi per alimentare l’interesse mediatico e per non “bruciare” subito il candidato, si è di colpo liquefatta con un lancio di agenzia. Sarà Peer Steinbrück, 65 anni, economista, ex governatore del Nordreno-Westfalia e ex ministro delle Finanze sotto Merkel nel governo di Große Koalition (CDU/CSU-SPD) a guidare i socialdemocratici alle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Steinbrück è uno dei Schröder-boys assieme a Frank-Walter Steinmeier, all’ex ministro dell’Economia e del Lavoro Wolfgang Clement oggi ex SPD (perché troppo a sinistra) e presidente del think tank vicino agli industriali Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft, a Franz Müntefering ex presidente del partito, ex ministro del Lavoro e vice-cancelliere, oggi deputato che ogni tanto mette in guardia l’SPD da scivoloni a sinistra. Tutti strenui sostenitori, ma Steinbrück a differenza degli altri tre non ne fu l’autore, dell’asse portante del cancellierato di Gerhard Schröder, la famosa o famigerata – secondo i punti di vista – Agenda 2010, quel pacchetto di riforme tanto inviso a sinistra e in ampi settori dell’opinione pubblica quanto amato dall’industria che comprendeva l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e soprattutto la riforma del mercato del lavoro.
Alla fine l’SPD ha scelto a destra, com’era prevedibile. Steinbrück infatti è espressione dell’ala destra del partito.
Strano destino quello di un partito di sinistra che guarda e sceglie i suoi candidati a destra. Capita abbastanza spesso in giro per il mondo. Volendo fare un parallelo un po’ improprio si può pensare alla candidatura di Matteo Renzi in Italia.
Entrambi, Steinbrück e Renzi, lontani come si dice qui in Germania vom Bauch seiner Partei, cioè dalla pancia del loro partito, e tuttavia accreditati di buone chance perché capaci di raccogliere voti nell’elettorato dell’altra parte politica, nei ceti medi, nella borghesia. Oltre i confini dell’elettorato di sinistra, perché si dice che le elezioni si vincono al centro e non a sinistra.
Non so se Renzi vincerà le primarie del centro-sinistra e se diventerà poi capo del governo. Più facile pronosticare che le chance di Steinbrück di vincere le elezioni politiche tedesche e diventare cancelliere siano molto ridotte.
Anche se perdente nei sondaggi contro la Cancelliera, attualmente il distacco è di 15 punti di percentuale, Peer Steinbrück è considerato da molti, nel suo partito, nei media, nella società che conta, persino dall’opposizione, l’unico candidato che può impensierire Angela Merkel e metterla sotto pressione con la sua retorica esuberante e aggressiva.
La Merkel conosce bene Peer Steinbrück perché è stato il suo apprezzato ministro delle Finanze per quattro anni, compreso il biennio di dura crisi 2008-2009. Conosce la sua competenza, il suo pragmatismo e la potenza di fuoco della sua retorica.
Steinbrück dichiara apertamente e con forza, ripetendolo in ogni intervista e in ogni passaggio televisivo, e anche qui ricorda un po’ Renzi (o viceversa), di voler vincere, di voler mandare a casa CDU-CSU e FDP, di non volere una nuova Große Koalition e di non voler fare il junior partner in una Große Koalition.
Basterà tutto questo a scalzare la Merkel dai cuori dell’elettorato tedesco? Un salutare raziocinio lascia propendere per un netto no, ma in politica uno stravolgimento è sempre possibile. E alle elezioni politiche manca più o meno un anno.
Tre dichiarazioni, riportate dal quotidiano Berliner Zeitung, riassumono bene il senso, le contraddizioni, l’aspetto critico – se non disperato – e avvincente della scelta dell’SPD. Per Klaus Peter Schöppner amministratore delegato dell’istituto di ricerca TNS-Emnid “Steinbrück non è considerato un socialdemocratico e sicuramente non mobilita la sinistra SPD”; per il politologo Gero Neugebauer “ Steinbrück è sicuramente il candidato più pericoloso perché può coinvolgere gli elettori borghesi di centro”, mentre secondo Hans Mittelbach, segretario dei ceti medi dell’Union (CDU/CSU), da poco distintosi per le dure critiche a Mario Draghi, “è indifferente quale candidato SPD perderà contro la Merkel”.
In vista della sfida contro la Merkel, che ha i connotati delle sfide impossibili da vincere, Steinbrück deve prima fare i conti con alcuni problemi: deve convincere la sinistra interna del suo partito o almeno ottenere una dichiarazione di non belligeranza, ottenere il sostegno di tutto l’SPD e presentarsi all’opinione pubblica come candidato indiscusso, dare un profilo e un programma chiaro al partito per differenziarlo dalla CDU, convincere l’elettorato che lui e il suo partito possono far meglio della Merkel e della sua rissosa coalizione.
Nell’SPD, né a destra né a sinistra, nessuno mette in discussione le competenze di Steinbrück. Tuttavia la sinistra non lo ama, non l’ha mai amato. Peer Steinbrück ha sempre difeso e appoggiato l’Agenda 2010 di Schröder e lo fa ancora oggi. E questo significa sostenere la pensione a 67 anni e le riforme Harz IV, contro la sinistra interna (o una parte di essa), contro il sindacato, contro i milioni di elettori che ancora non hanno digerito e perdonato all’SPD quella scelta.
Il candidato in pectore, l’ufficializzazione ci sarà nei prossimi giorni, ha iniziato un lavoro ai fianchi dell’ala sinistra dell’SPD. Per ora un lavoro più retorico e di finezze linguistiche che di contenuti veri e propri, senza troppe concessioni. Steinbrück parla di equità, di partecipazione, di codeterminazione, di pari condizioni e di salario orario minimo. Un punto a suo favore il candidato dell’SPD lo ha segnato nei giorni scorsi quando ha presentato un suo piano (le proposte comunque non sono nuove) di riforma del sistema bancario che prevede: la separazione tra depositi privati e credito e l’investment banking; la creazione di un fondo europeo di salvataggio delle banche in crisi, creato dalle stesse banche e dotato di 200 miliardi di euro, senza intervento statale e di soldi pubblici; controllo rigoroso di hedge fonds, delle società di private equity e delle banche parallele; regolamentazione della speculazione sui derivati, cioè quelle transazioni finanziarie che non hanno nulla a che fare con l’economia reale e con le quali gli speculatori scommettono sul loro andamento, al di fuori dei mercati borsistici; regolamentazione delle transazioni ultraveloci sottoponendo gli algoritmi al vaglio degli organismi di controllo.
Per Steinbrück sarà forse più facile compattare l’SPD attorno alla sua candidatura piuttosto che conquistare ampie fasce di elettorato tanto da impensierire la Merkel.
La sua retorica senza peli sulla lingua, saccente, aggressiva, il suo modo di fare rude ma chiaro e sincero e contemporaneamente arrogante e poco diplomatico fanno di Steinbrück un personaggio amato e odiato. Famoso il suo scontro con la Svizzera quando nella battaglia contro gli evasori fiscali “minacciò” il piccolo stato con la cavalleria, o l’incidente diplomatico con Nicolas Sarkozy quando in un vertice con il governo francese criticò la “fiacca” politica di bilancio di Parigi provocando la reazione del presidente francese che disse a Steinbrück: “cosa le viene in mente di parlare con me con questo tono?”.
Amato e odiato, Peer Steinbrück è l’uomo SPD che gode del gradimento più alto nell’elettorato. Logico quindi che la scelta cadesse su di lui. La “forza” di Steinbrück, la capacità che gli viene accreditata, tutta da dimostrare, di raccogliere voti nei ceti medi e nella borghesia strappandoli ai partiti di governo potrebbe diventare la sua debolezza perdendo voti a sinistra e lasciando ampi spazi di manovra politica al partito Die Linke. Inoltre senza il sostegno dei sindacati non si vince alcuna elezione e Steinbrück è ancora molto lontano dalle loro posizioni. Emblematica la dichiarazione di Detlef Wetzel vicesegretario del potente sindacato IG-Metall: “non lo conosciamo per niente” (fonte Spiegel online).
Se per CDU, CSU e FDP Steinbrück è, almeno sulla carta, il candidato più pericoloso, anche se dato per perdente, per la vicepresidente del partito Die Linke Sahra Wagenknecht la scelta Steinbrück è un “giuramento, l’ammissione che l’SPD è ancora per le pensioni basse, i salari bassi e una regolamentazione debole del sistema bancario. Lo sfidante della Merkel non esprime in alcun punto essenziale una politica diversa”.
Soddisfazione invece in casa ecologista. Volker Beck, amministratore del gruppo parlamentare dei Grünen, ha dichiarato che “con la decisione dell’SPD può cominciare la battaglia contro le caos-truppe della Merkel e per la sostituzione della coalizione giallo-nera con quella rosso-verde”.
Almeno su un punto Volker Beck ha ragione: la campagna elettorale è cominciata. Ora si comincia a spulciare nel passato di Peer Steinbrück per misurarne la credibilità e l’autorevolezza e la distanza da scandali e affari poco chiari.
Steinbrück, lo ripete come una litania, non vuole arrivare secondo, vuole vincere. Ma questo non stupisce, stupirebbe invece il contrario. I sondaggi di questi giorni confermano non solo la grande distanza che separa Steinbrück dalla Merkel nel gradimento dell’opinione pubblica. Essi ci dicono anche che le due coalizioni, quella uscente e quella rosso-verde non avranno la maggioranza, e se la avranno sarà così risicata da rendere difficile il governo del paese.
Uno scenario che né la Germania né l’Europa si possono permettere.
Riavvolgendo il nastro è sotto gli occhi di tutti che il governo Merkel è stato caratterizzato da un alto livello di litigiosità tra i partiti e all’interno degli stessi partiti della coalizione, dalle continue minacce di crisi della CSU e dell’FDP, dal basso profilo politico di alcuni suoi protagonisti, dalla politica sfacciatamente clientelare dei liberali, da pochi provvedimenti degni di nota. E da una certa schizofrenia nel comportamento di alcuni Länder a guida CDU che nel Bundesrat hanno più volte votato contro provvedimenti del governo.
Il governo Merkel è stato mantenuto in piedi dalla crisi. E da un’opposizione talvolta più realista del re e senza politiche alternative. Quando vacillava l’appoggio di CSU e FDP, la Cancelliera poteva contare su quello dell’SPD e dei Grünen.
Nessuno è in grado di dire ora, nemmeno i sondaggi, quale sarà tra un anno la composizione del Parlamento. L’FDP potrebbe uscirne facendo posto ai Piraten (nonostante la perdita continua di consensi) e il partito Die Linke, attualmente al 6-7 per cento, dovrà lottare non poco per mettere da parte le lotte intestine tra est e ovest e garantirsi una nuova rappresentanza.
Tutto è possibile, tutto è in divenire. Tranne la vittoria della Merkel data per certa. Quella personale. Ma sarà anche la vittoria del suo partito e della sua coalizione?
La matematica si sa non è un’opinione e la somma algebrica dei risultati elettorali potrebbe riservare delle sorprese. Lo sanno tutti. Però sia la Cancelliera sia i suoi colonnelli, come anche Steinbrück, l’SPD e i Verdi, non possono non fare campagna elettorale per la propria coalizione contro quella avversaria. A meno di non rivoltare all’improvviso tutto lo scenario come un calzino proponendo soluzioni nuove (Union-FDP-Grünen; Union-Grünen; SPD-FDP-Grünen). Ma non lo farà nessuno. Meglio muoversi dietro le quinte per il dopo. Gli elettori meno ne sanno meglio è. Così è tutto più facile da gestire.
Tenendo presente questo scenario, la campanella virtuale che annuncerà la chiusura dei seggi potrebbe decretare lo sciogliete le righe per tutti i partiti rispetto agli alleati del momento e sancire la fine immediata delle due coalizioni. La Merkel e parti della CDU non amano l’FDP, almeno così come è ora; i verdi con Jürgen Trittin, Renate Künast e Claudia Roth non fanno mistero di voler di nuovo governare, l’anagrafe d’altronde non ha pietà, a costo di un’alleanza con la CDU; l’SPD potrebbe doversi accontentare di fare il partner di minoranza di un nuovo governo Merkel. Con Steinmeier vice-cancelliere.
Le urne potrebbero quindi consegnare come risultato finale un coacervo di alleanze possibili. Ma un odore lontano, quello più forte, e lo si sente a distanza, sa di Große Koalition.
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