Che l’Italia sia un Paese gestito con due pesi e due
misure che penalizzano, in genere, le
classi sociali più deboli è cosa ben nota. Senza andare lontani nel tempo basti
pensare a come si è mosso lo stesso governo Monti, da quando è entrato in
carica un anno orsono, dopo essere stato chiamato dal Presidente Giorgio
Napolitano a salvare l’Italia che, a dicembre, rischiava di non avere i soldi
per pagare i salari e le tredicesime ai dipendenti dello Stato ed ai
pensionati.
Considerata la situazione di prefallimento lasciata in eredità dal
precedente governo Berlusconi, il governo Monti ha dovuto agire in fretta e
pesantemente, tuttavia la prima cosa che ha fatto è stata una riforma delle pensioni che ha
penalizzato in parte i pensionati e soprattutto i pensionandi creando,
oltretutto, una nuova categoria sociale e cioè quella degli esodati, un
neologismo per indicare tutte quelle persone che, a seguito della riforma
pensionistica, sono rimaste senza lavoro e senza pensione. Un errore
incredibile, quest’ultimo, per un governo definito di tecnici e con un Ministro
del Lavoro, la professoressa Elsa Fornero, considerata una delle più quotate
esperte a livello europeo di previdenza e sicurezza sociale. Un governo che poi
ha proseguito velocemente con altri decreti e leggi varie, per le quali si è
quasi sempre richiesto il voto di fiducia, i cui costi sono stati riversati,
per lo più, sulle classi sociali più deboli. Mentre, per esempio, per una legge anti corruzione, a costo zero per
i cittadini e per le casse statali, che da anni viene richiesta all’Italia da
tutto il mondo, si è impiegato quasi un anno, a causa delle resistenze e delle
furbate del centrodestra berlusconiano, ed alla fine si è trovato un accordo in
parlamento su un testo criticato da molti anche nella stessa magistratura ma
sul cui esito finale c’è ancora incertezza.
Naturalmente è vero che il governo Monti è, comunque,
condizionato nel suo agire dallo stesso parlamento che sosteneva
precedentemente il governo Berlusconi, e quindi da un parlamento a maggioranza
di centrodestra, tuttavia avrebbe dovuto dimostrare maggior coraggio anche nel
colpire gli interessi consolidati dei più abbienti e delle varie caste presenti
nel Paese, mentre ha dato e dà l’impressione di essere forte con i deboli e debole con i forti. Questo è il neo di questo
governo che, altrimenti, va naturalmente ringraziato (e con lui la strana
maggioranza PD-UDC-PDL che lo sta sostenendo) per aver tirato fuori dal baratro
l’Italia evitandole, fino ad oggi e speriamo definitivamente, di finire come la Grecia!
Ma l’usanza dei due pesi e due misure esiste un po’
ovunque in Italia. Basti pensare alla recente sentenza della Corte
Costituzionale italiana con la quale la Consulta ha detto no ai tagli agli
stipendi di manager pubblici e magistrati.
Infatti, come riferisce Repubblica.it in un suo
articolo, secondo la Corte, la sforbiciata alle retribuzioni superiori ai
90mila euro, previsti dal decreto legge 78 del 2010, è incostituzionale.
Illegittima anche la decurtazione ai compensi dei giudici. I tagli alle
retribuzioni superiori ai 90mila euro dei soli dirigenti pubblici, previsti dal
decreto legge numero 78 del 2010, sono incostituzionali. Lo stesso vale per la decurtazione
degli stipendi dei magistrati. Lo ha deciso la Consulta, stabilendo in
particolare l'illegittimità dell'articolo 9, nella parte in cui dispone che - a
decorrere dal primo gennaio 2011 e sino al 31 dicembre 2013 - "i
trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti, anche di qualifica
dirigenziale, previsti dai rispettivi ordinamenti, delle amministrazioni
pubbliche, siano ridotti del 5% per la parte eccedente il predetto importo fino
a 150.000 euro, nonché del 10% per la parte eccedente 150.000 euro". Per
la Corte Costituzionale, "il tributo imposto determina un irragionevole
effetto discriminatorio". Per quanto riguarda i magistrati, la Consulta ha
bocciato anche il comma 22 dello stesso articolo, dove dispone che non siano
erogati, "senza possibilità di recupero, gli acconti degli anni 2011, 2012
e 2013 ed il conguaglio del triennio 2010-2012 1". E che "per il
triennio 2013-2015 2 l'acconto spettante per il 2014 è pari alla misura già
prevista per l'anno 2010 e il conguaglio per l'anno 2015 viene determinato con
riferimento agli anni 2009, 2010 e 2014".
Ebbene la Corte Costituzionale avrà anche ragione,
anzi ha sicuramente ragione, tuttavia diventa difficile per coloro che fanno
fatica a sbarcare il lunario con questa maledetta crisi, essere d'accordo con
una simile decisione anche perché nessuno ricorda un intervento della Consulta
quando si sono tagliate le pensioni oppure nel caso degli stessi esodati. E, perfino,
quando si è discriminato retroattivamente i pensionati ex emigrati italiani in
Svizzera che avevano trasferito la loro contribuzione elvetica all’INPS.
Anche
in questo caso, non si sono usati due pesi e due misure? Noi semplici cittadini
pensiamo proprio di si!
Dino Nardi, coordinatore UIM in Europa e membro Cgie
Zurigo,
25.10.2012
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