06 lug 2012

Come rompere l’accerchiamento del debito pubblico


L’Italia in questo momento si trova sotto assedio da parte dell’opinione pubblica internazionale – quella anglosassone in testa – che nutre molti dubbi sulle possibilità di ripresa del nostro paese. L’Economist e il Times, in particolare, ritengono che dopo la Spagna, arriverà il nostro turno a chiedere il sostegno internazionale e a cedere quote di sovranità nazionale. Del resto lo stato dell’economia interna non depone a nostro favore: da un lato vi è la caduta del 20% dei consumi domestici degli italiani e dall’altro, sulla base dell’ultimo studio del Nomisma, in Italia vi sono ben 700mila proprietà immobiliari invendute.

Da qui la conclusione degli analisti dell’Economist che la tanto conclamata ricchezza degli italiani – e la corrispondente ricchezza delle banche in ipoteche – non è poi così grande come si crede. Da molte parti si sostiene che ciò è frutto solo di una forte speculazione internazionale e che questi attacchi rientrerebbero in tale schermaglia. Un dato è innegabile: l’immenso debito pubblico che strozza e paralizza il paese. Lo stato di salute dell’Italia è aggravato dalla situazione politica interna. Ancora secondo il settimanale britannico i partiti italiani, che per 20 anni hanno guidato il paese in modo inetto e sono stati in sostanza svergognati davanti all’opinione pubblica nazionale dagli approcci sobri e pragmatici di Monti e della sua squadra, difficilmente riusciranno a mantenere l’impegno di andare al voto alla scadenza naturale, ossia la prossima primavera.
Il partito di Berlusconi si trova in difficoltà, inoltre il rientro dell’ex premier sulla scena politica con l’obiettivo di sfiduciare il governo è visto solo come un atteggiamento di debolezza rispetto alla disfatta che gli può produrre il Movimento 5 stelle che ormai i sondaggi danno al 20 per cento e sul quale si incanalerà anche un certo voto operaio, quello che ieri era andato a favore della Lega come reazione all’insensibilità della sinistra.
Mai come ora quindi occorre mantenere i nervi saldi. Pianificare un’elezione anticipata a ottobre significherebbe far cadere il paese in un baratro dal momento che, a livello internazionale, nessuno vi scorgerebbe una via d’uscita dopo aver bruciato l’unica che esisteva alla fine dell’anno scorso, ossia quella percorsa con il governo Monti. Le condizioni dell’Italia, dell’Europa e dell’euro divengono più precarie di giorno in giorno e un vuoto di potere, in un momento così delicato, potrebbe solo assestare un colpo mortale al paese. L’esito elettorale, infatti, potrebbe essere ancora una volta di tipo greco, con esponenti del mondo della protesta che entrano in parlamento assieme a quelli della vecchia politica, in uno scenario di incomunicabilità che renderebbe ingovernabile il paese.
Occorre, invece, continuare per la strada intrapresa, mantenendo Monti e la sua squadra al timone, possibilmente con l’avvertenza che questi migliorino la qualità della comunicazione col paese. Il governo deve avere tutto il tempo di affrontare una situazione economica così delicata con provvedimenti che, in rapida successione, ne aggrediscano i nodi strutturali sulla scia di ciò che ha iniziato a fare.
Nel contempo i partiti devono fare i compiti che hanno promesso di svolgere in questo periodo: appoggiare il governo senza condizioni, anzi aiutandolo (almeno quelli che hanno votato per il suo sostegno) e procedere nella strada del rinnovamento.
D’altro canto i problemi economici sono troppo profondi e radicati perché si possano affrontare e risolvere nel giro di breve tempo o fare diversamente. A parte il gigantesco debito pubblico, essi si sono talmente aggravati dagli ultimi dieci anni che sembra quasi impossibile che Monti riesca a sradicarli in breve tempo.
È ancora l’Economist a farcene un promemoria: corruzione profonda, università moribonde, criminalità organizzata, protezioni sociali condivise e profonda ostilità nei confronti della competitività. Perciò nell’immediato sarà impossibile per il governo procedere a iniezioni di denaro pubblico per progetti di sviluppo dal momento che queste serviranno invece a raffreddare il debito pubblico. Da qui le caratteristiche dall’ultima manovra rivolta allo sviluppo senza tuttavia metterci soldi, che potrebbe costituire un paradigma anche per quelle prossime venture.
Occorre aggredire in modo strutturale il problema del debito pubblico. Vendita di immobili e spending review potranno dare il loro contributo, ma troppo in là nel tempo. Al momento attuale essi sono solo pannicelli caldi, mentre urgono segnali chiari. Perciò è bene che, analogamente e in modo più forte, si decida di fare quanto si fece con l’ingresso dell’euro, ossia investire ciascun italiano del problema senza ipocrisie e neanche più nascondersi dietro il dito con recriminazioni sul passato e la ricerca di colpe negli altri. Il debito ce lo abbiamo tutti e tutti, in proporzione con le nostre sostanze, dobbiamo incominciare a risolverlo. Occorre allora avere il coraggio di lanciare una proposta apparentemente folle, ma che folle non è, chiedendo al popolo italiano un’assunzione di responsabilità straordinaria: fare acquistare a ciascun cittadino italiano (oggi indebitato di 34mila euro) una quota consistente del debito pubblico dello Stato, dal 30 al 40%, al tasso dell’1% e secondo le possibilità di ognuno.
Una operazione simile (diversa dal Btp day), ad una tasso che consentirebbe allo stato di tirare il fiato, costituirebbe la risposta migliore alla speculazione internazionale e la dimostrazione tangibile che tutto il paese ha deciso di riprendere in mano il proprio futuro.

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